Matilde Gioli è arrivata al cinema quasi per caso, senza un percorso accademico alle spalle. L’incontro decisivo avvenne mentre accompagnava il fratello a basket, quando nella palestra accanto Paolo Virzì cercava volti per “Il capitale umano”. Da lì iniziò tutto, riporta Novella 2000, proprio mentre la vita privata si faceva complessa.
In quel periodo il padre Stefano era gravemente malato. L’attrice ricorda quel momento come sospeso: “Ero completamente anestetizzata“, spiegando come cercasse di non lasciarsi travolgere per riuscire a lavorare. Poco dopo, il padre morì, lasciando un vuoto profondo che ha segnato ogni passaggio successivo della sua vita. Anche il cambio di cognome, da Lojacono a Gioli, suggerito da Virzì, viene oggi interpretato come un gesto simbolico legato alla volontà di proteggere un legame intimo e personale: “Forse, nell’inconscio, il mio sì era anche un modo di richiedere della privacy rispetto al rapporto di amore che avevo con mio padre, volevo che fosse una cosa soltanto mia“.
Dopo anni segnati da lutti e difficoltà, l’attrice ha attraversato una fase in cui si è definita quasi “eterna adolescente”, spinta a esperienze intense e talvolta rischiose. Sport estremi, scelte impulsive e lunghe camminate in montagna diventavano un modo per confrontarsi con ciò che interiormente la tormentava. Lei stessa lo spiega così: “Era un modo di sfidare il dolore“.
La montagna, infatti, ha rappresentato per molto tempo un terreno di prova, tra dislivelli estremi e rientri notturni impegnativi, fino a diventare poi un luogo di equilibrio. Con il tempo, anche grazie alla psicoanalisi e a un rapporto più profondo con la natura, il suo approccio è cambiato, trasformando la ricerca del limite in ricerca di serenità.

